A.c.a.b. – La recensione

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A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS)
Stefano Sollima; Ita, 2012 – Drammatico
Voto: 7,5 su 10.

I tempi cambiano, e si vede. Il cinema in Italia è cambiato, e si vede. Non sono più gli anni ’60 e ’70, gli anni in cui l’Italia cinematografica andava forte. Oggigiorno abbiamo i cinepanettoni, le commedie all’italiana e tante (troppe) fiction su problemi familiari e adolescenziali che proprio non reggono il confronto coi vecchi film degli anni ruggenti. Sembrava impossibile dare una svolta a tutto questo, ma qualcuno ce l’ha fatta e quel qualcuno è Stefano Sollima. Reduce dalla famosa e moderna serie televisiva ROMANZO CRIMINALE – LA SERIE, adattamento per la tv dell’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo, approda sul grande schermo con A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS), basato sull’omonimo libro di Carlo Bonini, film vincitore del premio David di Donatello 2012, il film impossibile.
Ed ecco che il 27 gennaio è uscito nelle sale il film che molto ha fatto discutere e che ha diviso il suo pubblico in due parti: chi l’ha amato e chi l’ha detestato. E non poteva succedere che questo. Si parla per la prima volta di qualcosa di veramente reale. Si parla di quella parte di italiani che svolgono una vita difficile sia a casa che a lavoro. Si parla di Polizia, si sa è un argomento scomodo. Si parla di attualità. Si parla di scontri in piazza, del G8 di Genova, della Diaz (chiamata in seguito macelleria messicana) della morte di Filippo Raciti, di Giovanna Reggiani e di Gabriele Sandri.
Strano il fatto che il film si possa riassumere con una sola frase carica d’odio, da stadio, da antifascista come “celerino figlio di puttana”, frase che tra l’altro, ricorre per tutto il film, canticchiata in primis dai celerini stessi nei momenti di grande tensione prima di uno scontro. Frase che sottolinea anche l’ambiguità e la dualità dei protagonisti (quella stessa dualità dell’essere umano, teoria junghiana che confonde la mente del soldato Joker e che lo porta a indossare due simboli opposti pro-contro la guerra in FULL METAL JACKET), che come già detto in precedenza, poco gli manca dal passare dal lato della giustizia al lato oscuro, tanto per citare anche Star Wars. Ed è proprio questa frase il punto di partenza del film, canticchiata a squarciagola da Pierfrancesco Favino a bordo di uno scooter in una Roma di periferia, che si verrà poi a capire essere un poliziotto.
La storia ruota attorno alla vita di tre celerini (Cobra/Pierfrancesco Favino, Mazinga/Marco Giallini e Negro/Filippo Nigro), agenti del Reparto Mobile, la Celere appunto. Non sono perfetti, non sono bastardi, sono umani e umani sono i loro errori. Vivono situazioni complicate e hanno difficili rapporti in casa a cui rispondono con grosse dosi di violenza e d’odio (sono proprio le parole chiave), necessarie al loro lavoro per controllare e reprimere un pestaggio, uno scontro, un assalto a un covo ultras. Li troviamo in uno dei momenti peggiori della loro vita, a dover fare i conti anche con le loro azioni del G8 e dell’incursione alla Diaz, stritolati da una morsa ferocissima: un mix di manifestanti pesantemente arrabbiati, rissosi e stanchi di soprusi e uno Stato irresponsabile e falso.
Ebbene, questo è A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS): un film vivamente crudo che si conclude con una scena quasi metafisica che ricorda la situazione dei soldati della fortezza Bastiani in attesa dell’attacco dei Tartari (nel romanzo di Dino Buzzati): il gruppo dei protagonisti, corazzati e raccolti come in una testuggine romana, che attendono al centro di un piazzale deserto (guarda caso, piazzale Maresciallo Diaz: la nemesi) l’attacco finale di misteriosi ultras. Una scena che ricorda quella conclusiva di un film emblematico della violenza urbana priva di ragione, pura violenza: DISTRETTO 13 – LE BRIGATE DELLA MORTE, un film apparentemente minore del maestro John Carpenter.

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