Point Break – La recensione

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Point Break
Ericson Core, Usa, 2015 – Action, Thriller
Voto: 5 su 10.

Questo nuovo Point Break è un film brutto. 
Dovevamo aspettarcelo quando uscì la notizia che a Hollywood volevano fare un remake di quel cult che era il film del 1991 della Bigelow. Io da scettico me lo aspettavo, e scommetto che ve lo aspettavate anche voi. Ma ormai noi non potevamo più farci nulla. A qualcuno gli era balenata questa malsana idea e in men che non si dica gli si era già sviluppata. E chissene se agli altri non va bene, tanto loro volevano solo “riadattare” quella vecchia (vecchia?) storia ai giorni d’oggi, contestualizzarla e darle uno sfondo più politico.
Proviamo a descriverne i passaggi in modo semplice: prendete tutti gli elementi su cui la Bigelow si concentrò per raccontare la sua storia, riuscendo ad imprimergli un’anima e qualcosa di tanto forte da renderlo un piccolo capolavoro, e buttateli via. Tenete invece tutto il resto e provate a pensare di farci un altro film… fatto? Quel che ne verrà è proprio ciò che deve aver pensato quel pazzo che ha spinto a tutta birra per questo remake. E se già di per sé l’idea un di un remake a così pochi anni dal primo capitolo non bastasse a turbarvi nel profondo, aggiungeteci anche la scelta di usare un direttore della fotografia (Ericson Core) alle prime armi con la regia e uno sceneggiatore (Kurt Wimmer) di pellicole deludenti come Salt e il remake di Total Recall. Insomma, il cercare di rendere ancora più epico qualcosa che già era epico, era sfumato prima ancora di cominciare.

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Questo era un film…

La trama, come avrete iniziato ad intendere, è qualcosa di abominevole. Cioè, non esiste una trama, esiste solo un’idea di quello che si voleva fare: tutto gira intorno a delle 8 fatidiche prove estreme ideate da Ono Ozaki, che è il guru più guru di Body il guru che a sua volta diventa il guru di Utah. Quindi vediamo un gruppo di ragazzi più una ragazza che, somigliando più alla famiglia dolcemente tamarra di Fast & Furious che a qualcosa di quello che era Point Break, si uniscono e fanno sport estremi cercando di eguagliare e superare il guru dei guru Ono Ozaki. Un elenco di sport estremi usati a caso. Ovviamente qualunque cosa facciano, la fanno con fin troppa facilità rendendo ogni singola prova, anche quella più impervia, un semplice allenamento divertente. Non c’è pathos, non c’è praticamente adrenalina, non c’è corposità nè profondità. E neppure l’uso di GoPro e droni volanti riesce nell’intento di trasmettere sensazioni adrenaliniche che non risultino piatte quanto uno di quei video di acrobazie su YouTube (belle eh, ma qui si parla di cinema). Che tristezza, tra l’altro, una delle giustificazioni della sceneggiatura secondo cui Utah deve il suo soprannome al fatto che da giovane si manteneva facendosi riprendere in salti&mazzi vari, caricando poi i video sul Tubo.

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…questo è una fregatura.

Pensandoci bene, c’è confusione su tutti i fronti: se voleva essere un film sulle rapine, non lo è; se voleva essere un film sulle amicizie e i tradimenti, non lo è; se voleva essere un film con una lieve storia romantica, non lo è; se voleva essere un film a sfondo ambientale-politico, lo è solo in parte…
Il trailer confonde e le speranze vengono a mancare.
Ti aspetti qualcosa di grande perché sei un amante di ciò che questo film nel 91 ha rappresentato per te e per il cinema d’azione e per la cultura pop, ma qui, oggi, è diverso. Dopo pochi minuti dall’inizio, non ti riconosci in niente e speri che prima o poi ci sia qualcosa da salvare ma poi vuoi solo smettere di vederlo per tornare a casa e piangere in silenzio, magari stringendo una copia del dvd della Bigelow.

Ma ad una cosa è servito questo remake: apprezzare molto di più qualcosa che di bello è già stato fatto. Mollo qua e corro a comprare Point Break. Quello originale. Quello vero.

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