Race – Il colore della vittoria – La recensione

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RACE  – IL COLORE DELLA VITTORIA
Stephen Hopkins, Canada, Germania, Francia, 2016 – Biografico, Sportivo
Voto: 4,5 su 10.

La storia di Jesse Owens, merita sicuramente di essere raccontata, ma decisamente in modo diverso e più incisivo. Siamo alle Olimpiadi del 1936, a Berlino. Un evento importantissimo per l’epoca, il cui significato andava oltre lo sport. Una prova di forza da parte del Terzo Reich, che con quei Giochi puntava a mostrare al mondo la propria supremazia dopo all’incirca un decennio di lavoro. Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale e la federazione olimpica americana pare sia contraria alle possibili restrizioni da parte dei tedeschi circa i partecipanti. Per mediare la cosa, viene inviato in Germania Avery Brundage (Jeremy Irons), che ottiene il benestare in cambio della partecipazione degli Stati Uniti ai giochi. Mi sembra quindi ovvio, che Race – Il colore della pelle non è soltanto un film sportivo ma un film che prova ad essere “storico”. Si è assunto il compito di raccontare un periodo e due culture, quella Americana e quella Tedesca. Banale è ribadire il concetto di fondo, evocato in maniera tutt’altro che sottile dal titolo, tema tra l’altro ancora molto attuale. Questo non andare tanto per il sottile crea molti equivoci, il messaggio parabola travolge fino a coprire del tutto l’opera. Non si spiega diversamente come un film con un grande potenziale culturale e storico risulti terribilmente piatto, scontato, noiosamente “giusto”, pulito al punto da lasciare poco in merito alla premessa iniziale. Per esempio, non è chiaro chi sia in realtà Jesse Owens… sì, è un giovane nero con un’infanzia difficile in tempi di guerra e di razzismo, sappiamo che è un atleta con un talento naturale, talento che viene notato dal classico allenatore frustrato alla ribalta (Jason Sudeikis, che a prescindere è un bravo attore), e poi non sappiamo più nulla. È totalmente assente l’analisi interiore del personaggio e sicuramente la colpa non è di Stephan James (l’attore che lo interpreta).
Il resto è cronaca per buonisti: l’ascesa verso il successo, il matrimonio con l’amore della sua vita, il clamore mediatico. Non ci sono scrupoli, non c’è sofferenza e non ci sono umiliazioni da cui rialzarsi a testa alta. Quando gli viene chiesto di rinunciare alla propria carriera e ai propri sogni per sostenere una nobile causa, comprendiamo l’angoscia, ma in modo superficiale e indolore. Questo non è affatto realistico e un film biografico non può commettere questi errori. Si capisce, ma non si sente. E’ un pacchetto vuoto ben confezionato. Sono sicura che la vicenda sia potente, ma gli autori si sono limitati ad adattarla al commerciale nella maniera meno rischiosa possibile, ottenendo un risultato molto mediocre.
E’ stato comunque interessante sapere, per esempio, che la Riefenstahn (Carice van Houten) chiese e ottenne, per intercessione di Hitler visto che Goebbles pare non simpatizzasse per lei, di poter girare le Olimpiadi con più di quaranta macchine da presa. E interessante è stato anche conoscere la figura di Luz Long, l’atleta tedesco che subito dopo le Olimpiadi fu spedito in guerra a causa del suo atteggiamento durante i Giochi e sapere della sua amicizia con Owens.

Al di là di questo, il cuore del film rimane precluso, nessuno si preoccupa di scavare a fondo nella questione, finendo col fare di Race – Il colore della pelle uno spot pubblicitario per le pari opportunità. Le intenzioni saranno state sicuramente buone, ma il risultato è superficiale.

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