Man in the dark – La recensione

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MAN IN THE DARK
Fede Alvarez, Usa, 2016 – Thriller, Horror
Voto: 7 su 10.

Nel 2013 Sam Raimi puntò su di un giovane regista uruguaiano per girare il remake del proprio cult, La casa. Il giovane in questione, che esordì sul grande schermo 3 anni fa con buoni risultati, è Fede Alvarez, qui al suo secondo lungometraggio (nel frattempo si è dedicato anche all’episodio pilota della serie Dal tramonto all’alba ideata da Robert Rodriguez) con Man in the dark. Come al solito il titolo “italiano” non rispetta appieno quello originale (Don’t breathe rimane comunque più d’effetto) ma almeno non depista nemmeno più di tanto. Comunque, con Man in the dark, Fede Alvarez ci porta nella outskirts di una Detroit post crisi molto attuale, abbandonata e povera, dove il sogno più grande è quello di scappare in California per fare surf (leggendo tra le righe si interpreta in: hai la mamma disoccupata e volgarmente ubriacona che se la fa con giovani drogati tipo quella di Eminem in 8 Mile, vivi in una catapecchia ai margini della big city e tutto ti va male, sei incazzato con tutti e tutto, ma vuoi portare in salvo la sorellina). Quindi ecco la storia di tre ragazzi, Money, Alex e Rocky, che per pochi soldi commettono piccoli furti nelle case del circondario. Ovviamente siamo sempre al loro ultimo colpo, quello che dovrebbe rivelarsi così fruttuoso da potersene andare dalla periferia: devono rubare 300 mila dollari nella casa di un vecchio veterano della Guerra del Golfo. Ma se le cose all’inizio sembrano fin troppo semplici (il vecchio è cieco), i tre ragazzi scopriranno scomode e violente verità sul conto dell’uomo (cosa o chi nasconde in casa?) che renderanno loro difficile, se non impossibile, la fuga.

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Giocare a nascondino col cieco (che ti vuole fare fuori)…

Man in the dark è in qualche modo molto simile a Gli occhi della notte di Terence Young in cui una cieca Audrey Hepburne doveva far fronte a dei ladri che le entravano in casa, ma Alvarez (con Rodo Sayagues come cosceneggiatore) riesce a destreggiarsi molto bene nel confine tra horror e thriller, regalando continui e inaspettati (e anche schifosi, vedi la scena quasi alla fine) colpi di scena. Da campi lunghi iniziali si passa rapidamente a piani più ravvicinati; mentre all’interno della casa (molto raimiana) il regista gioca con i piani sequenza portandoci a girare insieme ai protagonisti alla scoperta di ogni stanza, di ogni corridoio, e  di ogni oggetto che forse prima o poi potrebbe tornare utile ai ragazzi (e anche questo aspetto è molto raimiano).
Dunque, Alvarez ci mostra un thriller molto horroreggiante in cui non ci sono presenze sovraumane ma umani buoni che diventano bestie e umani cattivi che forse così cattivi non sono, il tutto condito da una gran cura per i particolari schifosi e una leggera morale sulle leggi giudiziarie e sull’etica statunitensi. Non perdetevelo!

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