La cura dal benessere – La recensione

di Mario Rittatore.

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LA CURA DAL BENESSERE
Gore Verbinski, Usa, Germania, 2017 – Thriller
Voto: 6 su 10.

Dopo il flop di Lone Ranger Gore Verbinski ci ha messo 4 anni a tornare a fare film (escludendo l’adattamento cinematografico del fumetto Pyongyang del 2013, mai uscito a causa di un hackeraggio ai danni della Sony Pictures).

Il film inizia introducendo alla veloce un protagonista arrivista e all’apparenza senza scrupoli, un giovane affarista promettente di Wall Street di nome Lockhart (Dane DeHaan, perfetto per la parte). E veloce viene spedito in una clinica sulle Alpi svizzere a recuperare il suo capo amministratore Pembroke per la gestione di una difficile scissone di una grossa società. Ma appena varcata la soglia della (in)ospitale clinica del benessere, il protagonista diventerà, suo malgrado, paziente.
(Poi la lentezza.)

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Anguille!

Con La cura dal benessere, Gore Verbinski sembra tornare vicino alle atmosfere tetre e inquietanti di The Ring (non è un caso che alla Fotografia sia tornato Bojan Bozelli), ma senza finire mai nell’horror. I toni con cui il film si apre sono grigiastri (una visione macchiettistica ma efficacie del triste mondo della finanza), variano su una palette cromatica più “azzurra” (richiamo all’acqua) e, per concludere, diventano improvvisamente surreali come se si fosse finiti di colpo in una qualche dimensione onirica (colpo di scena o non colpo di scena?). Eppure, con questo film, il regista sembra divagare senza portare ad una conclusione degna dei 146 minuti appena visionati. Proprio il carattere più affascinante della pellicola finisce per essere il lato più lezioso e inconcludente: Verbinski si sofferma troppo sull’esplorazione della misteriosa casa di cura (la clinica DEL benessere che cura DAL benessere) dalle ancor più misteriose cure a base di acqua, per poi seguire il nostro protagonista per i lunghi corridoi, le numerose stanze, i fissi programmi giornalieri, in una modalità “mi-controllano-ma-mi-lasciano-andare-ovunque-poi-mi-beccano-e-mi-richiudono-in-camera-e-rifuggo”). E il gusto per l’orrido delle anguille, per gli ingegnosi macchinari e strumenti medici, per le spaventose torture, per le mattonelle dell’istituto gotico ottocentesco che tanto ricordano dei mattatoi per animali, per le perversioni tra consanguinei, non servono a molto. Affascinano ma mancano d’anima, così come tutto il film, stancando di non poco lo spettatore.

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Ancora anguille!

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