Shin Godzilla – La recensione

Iniziamo con po’ di storia. Sono passati ben 63 anni da quel lontano 1954, quando il produttore della Toho Tomoyuki Tanaka, insieme al direttore degli effetti speciali Eiji Tsuburaya, allo scultore Teizo Toshimitsu e al regista Ishiro Honda, crearono quella creatura tanto mostruosa e devastante quanto idealisticamente affascinante che da allora è considerata il capostipite dei kaijū eiga (o film di mostri giganti): Godzilla (o Gojira). I films con il “King of the monsters”, che inizialmente rappresentavano una critica agli scenari di devastazione nucleare (Hiroshima e Nagasaki) misto la cultura del monster movie americano, si sono poi susseguiti uno dopo l’altro in scontri sempre più sconvolgenti con altre incredibili creature alate o con più teste, pupazzose o grottesche fino al 2004 con un’ultimo grande ritorno di tutti i kaiju mai comparsi fino ad allora: Gojira – Final Wars segnò l’inizio di una pausa nipponica dal genere dei mostri. Dopo un

insuccesso (il Godzilla di Emmerich del 98), un Pacific Rim di Guillermone Del Toro che ha portato al successo (e alla conoscenza) mondiale il genere kaiju e un buon nuovo remake all’americana del lucertolone nucleare (il Godzilla di Edwards del 2014, primo capitolo di un colossale MonsterVerse), ecco che la Toho torna a dare nuova linfa al suo franchise di punta.

Skreeonk!

Shin Godzilla è il nuovo, potente e riuscito kaiju movie che serviva per dimostrare che non sono solo gli americani a gestire i grossi mostri dalla distruzione facile. Là, subito oltre l’oceano Pacifico, i giapponesi hanno rispolverato e ricontestualizzato uno degli esempi più emblematici della loro cinematografia (al tempo) gotica. Alla regia vengono scelti Hideaki Anno e Shinji Higuchi: Anno è uno dei registi e animatori più influenti degli ultimi decenni conosciutissimo ovunque per la serie Neon Genesis Evangelion e per le sue collaborazioni con l’amico Hayao Miyazaki allo Studio Ghibli; Higuchi è un regista e sceneggiatore giapponese, specializzato nel curare effetti speciali, ed ha anche collaborato in più film di Godzilla e Gamera (un altro kaiju della saga, un tartarugone zannuto che sputa fuoco e che sa volare).

Monster movie alternativo.

Fin dal suo titolo, Shin Godzilla ci fa capire che stiamo assistendo ad un’operazione di reboot completo (in giapponese, shin significa nuovo, vero e divino), ponendosi dunque come nuovo inizio. Il lucertolone gigantesco dal raggio atomico non è più solamente un mostro (cattivo o buono, in seguito al film del ’54 cambieranno vari aspetti e temi) combattuto dagli umani (solitamente buoni) o che si deve scontrare contro altri mostri bizzarri (solitamente cattivi), ma diventa un maestoso e travolgente essere divino che trascende la dicotomia del bene e del male (così come da tradizione, è più simile ad un dio Shinto della distruzione, entità senza allineamento morale che non può essere giudicata in base agli standard umani). Godzilla non è più un essere di carne e scorie radioattive che distrugge tutto e tutti divora, ma un simbolo (che però non ci è dato sapere precisamente, forse per poi scoprirlo in un prossimo sequel?) che riecheggia forte tra i grattacieli di Tokyo. Non viene narrata l’eccessiva frenesia per la spettacolarizzazione dell’azione (epica ed eroica) tipica americana, ma, al contrario, si seguono le difficili decisioni di un gruppo di burocrati e politici per la salvezza del paese dall’inarrestabile avanzamento della creatura giunta dal mare (rimanendo comunque un film dalle tonalità mitiche). E’ interessante tornare ad osservare le dinamiche della storia da un’altra prospettiva che non sia il solo campo di battaglia, cosicché si possa (ri)sentire più forte quell’idea vecchia del “riprendersi dai disastri e dagli orrori delle bombe nucleari”. C’è un concetto di unione e di forza dietro a quella devastazione e paura, si sente la voglia di ripartire dalle basi e ricostruire pezzo dopo pezzo, ma soprattutto di reinterpretare e, allo stesso modo, di ricordare il passato tramite una sorta di sensibilizzazione critica, molto più umana e riflessiva (meno impetuosa e gloriosa).

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