Detroit – La recensione

Detroit, estate del 1967 (ovvero quella che gli americani chiamano long hot summer of ’67). Nella città della General Motors ci sono forti tensioni razziali in procinto di esplodere tra la comunità afroamericana e le forze di polizia. Il raid notturno della polizia nel bar Blind Pig (il 23 luglio) privo di licenza per servire alcolici è la causa scatenante della 12th Street riot, una delle rivolte distruttive più tristemente famose della storia degli Stati Uniti: durò dal 23 al 27 luglio 1967. I dati storici descrivono un totale di 43 morti, 1.189 feriti, oltre 7.200 arresti e più di 2.000 edifici distrutti.

Detroit, 1967.

A raccontare una storia difficile ambientata proprio nel centro di questi scontri violenti troviamo Kathryn Bigelow affiancata dal fidato amico sceneggiatore Mark Boal, alla loro terza collaborazione dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty. Seguiamo dunque le drammatiche vicende accadute all’Algiers Motel (e questa è storia vera, nella notte tra il 25 e il 26 luglio): una task force di Polizia locale, Polizia di Stato e Guardia Nazionale fa irruzione in un motel da cui arrivano alcuni spari, si pensa ad un cecchino, ma una volta giunti sul posto e non trovando armi di nessun tipo, le varie forze armate iniziano a interrogare violentemente i presenti (10 uomini neri e due ragazze bianche). La lunga notte si trasforma in un incubo, poi in un bagno di sangue a sfondo razzista: la Polizia perde il controllo (soprattutto quando sorprendono due ragazze bianche appartate con un ragazzo di colore), passa a torturare e a seviziare i sospettati e finisce con l’uccidere (più o meno intenzionalmente) alcuni ragazzi neri.

Il nuovo Denzel Washington.

La Bigelow è una donna forte, capace di mostrare azioni e argomenti controversi difficili da analizzare eticamente (ci va vicino Paul Greengrass con i suoi Bloody Sunday e United 93): dopo aver raccontato le brutalità della guerra come fossero una droga (The Hurt Locker) e l’America nella lotta scorretta al terrorismo (Zero Dark Thirty), la vediamo qui cimentarsi con la guerriglia urbana. La macchina da presa in continuo movimento descrive, quasi come se si fosse in un documentario, la crudezza e la complessità degli scontri che rappresentano una forte disuguaglianza sociale tra gli afroamericani discriminati e una polizia troppo avvezza ad atti di prepotenza e violenza facile (ancora oggi sono entrambe problematiche sensibili per gli Usa). Lo spettatore viene trasportato nel film con il personaggio di un magnifico John Boyega (sempre di più un giovane Denzel Washington, dall’espressione apparentemente impassibile, ma devastato interiormente) nella parte di una guardia giurata nera che assiste alle dure scene di terrorismo psicologico, le vive sulla propria pelle, le subisce anch’egli pur rimanendo di fatto a guardare. Dall’altra parte, troviamo Will Poulter (la cui faccia lo rende istintivamente un cattivo dall’espressione maligna), abile nel difficile ruolo del poliziotto fascista che perpetra violenze e uccisioni all’insegna di un’ideologia puramente razzista e opportunista.

Will Poulter è la mano violenta della legge.

Katrhyn Bigelow riesce là dove molti altri registi falliscono: è dinamica e sa come si dirigono scene di pura azione, rimanendo sempre molto fedele all’oggettiva realtà dei fatti. Le piace portarsi lo spettatore sul campo di battaglia senza mai apparentemente schierarsi da nessuna parte, laddove l’uomo si fa fallibile e ne si può scoprire la vera natura umana. In un crescendo continuo di pathos e di tensione, la Bigelow dimostra che non esistono solo semplicisticamente i concetti di buono o di cattivo, di giusto o di sbagliato, ma che anch’essi vivono di più profonde sfaccettature.

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