The Cloverfield Paradox – La recensione

E’ stato davvero intrigante vedere il primo attesissimo trailer di The Cloverfield Paradox durante la nottata del Super Bowl LII (qui tutti gli altri spettacolari spot dell’evento), poi è uscito diretto su Netflix e ci siamo tutti stupiti per questa nuova manovra di distribuzione by Paramount & Bad Robot. Nel frattempo si scopriva che un Cloverfield 4 (forse un prequel ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale) era anch’esso già stato girato e pronto ad uscire (il 26 ottobre 2018); mentre ora viene fuori la notizia di un ulteriore probabile capitolo (e saremmo a 5). Ma torniamo coi piedi per terra, smettiamola di guardare troppo oltre: eravamo rimasti a The Cloverfield Paradox.

Slusho.

Un gruppo internazionale di scienziati vengono spediti sulla stazione orbitante Cloverfield per risolvere una crisi energetica e impedire la distruzione del pianeta. Nella loro missione, però, dimensioni e universi convergono e si urtano tra loro, generando paradossi (e trame) spazio-temporali. Inizialmente sembra di ritrovare Life – Non oltrepassare il limite, ma poi ci si sposta più dalle parti di Punto di non ritorno. Ci sono omaggi ad Alien e in qualche modo anche alla Famiglia Addams e, perchè no, io ci ho visto anche qualcosa di Lost.

Adoroh.

Cloverfield mostrava  le paure, il panico e la minaccia post 11 settembre 2001 attraverso un azzeccatissimo utilizzo del found footage; 10 Cloverfield Lane giocava sulla suspense (merito anche di un sempre centrato John Goodman). In questo terzo capitolo del Cloververse (è così che il franchise viene chiamato) è la fantascienza più spiccia ad essere la vera protagonista, purtroppo spesso maldestramente gestita. L’idea di fondo è quella di dare una sorta di risposta al senso di appartenenza dei tre capitoli cinematografici allo stesso universo (che ora è un nuovo multiverso che può ancora caoticamente cambiare) e di creare nuove domande (risultato dei cambiamenti spazio-temporali). JJ Abrams, che con la sua Bad Robot ha gestito la campagna di produzione e distribuzione, direbbe magnificamente che: “L’idea di una serie di Cloverfield non era basata su una linea narrativa che attraversava i vari capitoli del franchise, quanto sul voler dare vita a delle esperienze emozionanti a sé, come se avessimo a che fare con delle attrazioni. Immaginate un parco giochi, un parco giochi a tema Cloverfield: ogni attrazione ha uno scopo differente, ma sono tutte tematicamente connesse in un modo o nell’altro.” Tuttavia si sentono le forzature imposte a questo film che inizialmente partiva con un altro titolo (God Particle) e nessun collegamento alla mostrifica distruzione e invasione del nostro mondo ad opera di giganteschi e innominabili mostri. Il regista Julius Onah sembra soffermarsi troppo sulle singole scene anziché chiarire il piano generale (manca la tensione), perdendo di vista che il film si basa su scoperte (mai troppo sensazionali) e interazioni mutevoli dei vari personaggi (spesso piatti e privi di mordente). The Cloverfield Paradox è probabilmente il film meno riuscito del franchise, ma che conferma una linearità che continuerà nel futuro. E alla fin fine riesce a regalare qualcosa: una sensazione di fascinosa curiosità verso i prossimi capitoli (grazie JJ Abrams).

 

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