I segreti di Wind River – La recensione

Non me l’aspettavo per nulla questo filmone potente e crudo, ottimo mix di thriller e western moderno. Certo, trovando il nome di Taylor Sheridan sia alla sceneggiatura che alla regia (questo è il suo esordio dietro la macchina da presa) forse qualcosa mi sarebbe dovuto venire in mente. D’altra parte Sheridan è “solo” quel texano che si è fatto conoscere per le solide sceneggiature di Sicario (2015) di Denis Villeneuve e Hell or High Water (2016) di David Mackenzie (di cui questo Wind River rappresenta l’ultimo capitolo della trilogia della nuova frontiera), eppure questo film era passato abbastanza in sordina…

Prede o predatori.

Riserva indiana di Wind River, Wyoming. Durante una battuta di caccia, un uomo trova il corpo di una ragazzina congelata nella neve tra spruzzi di sangue, i piedi scalzi. Probabilmente ha corso per quasi 10 chilometri in piena notte finché non è morta. Ma perchè era a piedi nudi? Stava forse fuggendo da qualcuno? A seguire le indagini si uniscono l’Indian tribal police e una giovane agente dell’FBI (affiancata a sua volta dal cacciatore locale che ha trovato la vittima), ostacolati costantemente dalle impervie condizioni climatiche e dagli abitanti autoctoni.

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Wyoming.

Taylor Sheridan è quel tipo che non si ferma semplicemente a esibire un posto, un luogo, e farcirlo di uomini duri dal grilletto facile con tanta azione scoppiettante. Taylor Sheridan è uno che ti mostra paesaggi incredibili abitati da personaggi pieni di sfaccettature, dove è la vita a essere dura, l’azione è lenta e solitamente c’è poco da fare: o si è predatori oppure si è prede. La riserva indiana di Wind River è la nuova frontiera raccontata in questa storia abbastanza semplice e lineare (in alcuni momenti quasi prevedibile), ma la parte importante è come diventi essa stessa un personaggio a sé stante. Questi luoghi innevati, ostici e confinati, dove le abitazioni distano a decine di chilometri l’una dall’altra, si prendono il loro spazio e iniziano a sussurrare silenziosamente. Il gelo, la neve e la desolazione rallentano le indagini federali, ma non sempre bisogna rimanere attaccati agli indizi… alcune volte basta seguire le tracce. Lo pensa il cacciatore di Jeremy Renner, la nostra guida per restare vivi e arrivare a scoprire la verità oltre ogni apparenza. Sheridan ci porta in quei territori, a scoprire le persone che ci vivono e quello che sopportano, le loro tensioni sociali ed il loro rapporto col territorio. Lavorando sui tempi lenti, sugli attori, sulle inquadrature lunghe ed eliminando tutte le parti superflue, il regista ci ricorda che sulla frontiera le regole non sono affatto semplici e i comportamenti umani neppure. Ci mostra l’improbabile numero di organizzazioni governative o regionali, pubbliche o private di forze di polizia che sistematicamente finisco per scontrarsi tra di loro. Ci sbatte davanti agli occhi alcune debolezze degli Stati Uniti, tra cui quella che fu (e che in un certo modo continua ancora oggi) la repressione degli indiani d’Americani in precise lande sperdute a vivacchiare tra roulotte scassate, che la l’inferiorità e la violenza sulle donne (indiane) sono ancora problemi dilaganti.

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