Tomb Raider – La recensione

E’ da un po’ che volevo scrivere del nuovo Tomb Raider (mi raccomando, si legge “Thumb” Raider). Purtroppo ultimamente non ho avuto molto tempo a disposizione… Sono passati già 17 anni da Lara Croft: Tomb Raider (Simon West, 2001), prima trasposizione cinematografica dell’omonimo videogioco con una giovane e accattivante Angiolina Jolie. Nel 2003, seguì Tomb Raider: La culla della vita (questa volta diretto da Jan de Bont) e, come per il primo capitolo, fu un altro disastro sia per critica che al botteghino. Così, mentre i Razzie Awards piovevano come non ci fosse un domani, il progetto venne accantonato.
Contemporaneamente, la serie videoludica non se la stava passando meglio: i primi tre poligonosi e incredibili titoli di Core Design erano già usciti da parecchi anni, gli ultimi usciti dopo invece segnavano inesorabilmente un finale sempre più deludente. La saga cercò di ripartire con un nuovo inizio a metà della prima decade dei duemila per mano della Crystal Dynamics (nel 2006 usciva Tomb Raider: Legend che segnava la seconda fase dell’universo del videogioco), ma solo nel 2013 uscì un degno reboot capace di ripartire completamente da capo riprogettando e ricostruendo le basi dell’iconica eroina Lara Croft (chiamato semplicemente Tomb Raider, terza fase).
Ecco, il film di cui vi parlerò oggi è l’adattamento proprio di quel nono capitolo.

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Una nuova eroina.

Lara Croft è una ragazza giovane ed indipendente, che fugge dalla propria vita di riccona per cercare il padre ritenuto scomparso in modo drammatico. Convinta dalla tutrice e dal notaio a riprendere in mano l’enorme patrimonio di famiglia, Lara si ritroverà a intraprendere un viaggio alla ricerca di misteri, enigmi e rompicapi (e come fine ultimo, sempre a cercare il padre). Dopo aver scoperto un mausoleo nascosto pieno zeppo di documenti e mappe del tesoro varie, finirà per imbattersi in un’avventura più grande di lei, che la porterà nell’inospitale e dimenticata isola di Yamatai, avvolta da nebbie impenetrabili e tempeste mortali incessanti. Questa è la storia di come Lara Croft diventerà Tomb Raider.

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#addominali

Così come per il nuovo videogioco c’erano grosse aspettative per la rinascita del personaggio della Croft, così il film sembrava fin dai primi trailer dimostrare di essere una buona trasposizione cinematografica tratta da un prodotto videoludico importante. Ma soprattutto, questo Tomb Raider è anche un buon film? Tutto sommato sì, ma non statevene ad ascoltare le polemiche sterili riguardo alle ridotte dimensioni del seno della protagonista rispetto alle forme generose e provocanti del videogioco degli anni ’90). Di Lara Croft c’è tutto: l’angelica Alicia Vikander non ha avuto paura di praticare allenamenti intensi o di immergersi completamente nel fango o di lanciarsi in stunts complessi senza controfigure, e si è “imbarcata” in questa avventura riuscendo a rappresentare un personaggio più complesso di quanto sarebbe dovuto essere. La sua Lara è incredibile e convincente, è giovane e indipendente, forte e moderna, ma quando finirà in pericolo, sarà ferita e dovrà uccidere il suo primo uomo si riscoprirà molto vulnerabile, di colpo spaventata e traumatizzata. La sua vita verrà sconvolta, trovandosi a diventare suo malgrado la coraggiosa Tomb Raider che tutti conosciamo. E il regista Roar Uthaug, un norvegese che si era fatto conoscere per il suo horror Fritt vilt (qui lo si era scoperto per il disaster movie The Wave che tutto sommato non ci era dispiaciuto affatto), riesce a girare un film senza grosse pretese, ma che fa il suo dignitoso dovere: intrattenere divertendo. E così ci racconta di una Lara pre Tomb Raider molto genuina, delicata e ostinata, pronta a trasformarsi in un personaggio estremamente dinamico, spericolato e più… sbarazzina. 

UPDATE dell’ultimo minuto: in attesa di un sequel, pare che alla Warner stiano già pensando ad un nuovo reboot senza Vikander, ma con un’attrice più “formosa”. A voi i commenti…

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