Youtopia – La recensione

Prima di scrivere di Avengers e di Lost in space, poco prima di tornare a vedere Marion Cotillard al cinema con I fantasmi di Ismaele ci tenevo a parlare di Youtopia, nuovo film di Berardo Carboni con protagonista la magnetica Matilda De Angelis. Carboni lo si era conosciuto già nel 2007 con il surreale Shooting Silvio (anni prima di Loro), in cui un Federico Rosati senza prospettive future né ideali si organizzava per eliminare il Premier. In Youtopia ritroveremo sia Federico Rosati che Alessandro Haber (anche lui in Shooting Silvio), in personaggi più paradossalmente grotteschi e allo stesso tempo iperrealistici, pedine ineluttabili di un dramma contemporaneo.

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Matilda.

Cosa si è disposti a fare quando le disgrazie e la disperazione prendono il sopravvento sulla propria vita? Come sopravvivere quando l’esistenza tangibile finisce per essere estremamente deprimente, quasi fosse una gabbia senza un’apparente via di fuga? Come reagire quando la realtà diventa un incubo e il virtuale diventa una porta (o un portale) per la speranza? Matilde (Matilda De Angelis) è una ragazza di diciotto anni che si spoglia davanti ad una webcam per soldi (e passa il restante tempo su giochi di realtà virtuale online), mentre la madre (Donatella Finocchiaro) incapace e inconcludente non riesce a trovare un lavoro per mantenere anche una nonna con l’alzheimer né la propria casa. Il duro colpo scatenante: il tribunale pignora la casa, ma i soldi per salvare la situazione non ci sono. Matilde decide allora di mettere all’asta la propria verginità (scelta estrema, avventata, trasgressiva eppure drammaticamente coraggiosa). Un ricco farmacista (Alessandro Haber), malato di sesso e ossessionato di carne giovane, partecipa all’asta dall’altra parte del deep web.

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Matilda o Matilde?

Con mano ferma e sguardo disincantato, Berardo Carboni ci rende spettatori di una storia estremizzata e desolante in cui assistiamo al lento declino della vita di una famiglia disastrata e disperata. Non c’è speranza nella realtà di questo nucleo familiare, destinato inevitabilmente ad un terribile giro di giostra nelle profondità dello squallore. La vita è crudele e ingiusta, le persone sono prepotenti, laide e meschine, e il corpo diventa uno strumento scisso dall’anima. L’unico barlume di forza è dato paradossalmente dal mondo virtuale (in assenza di un mondo reale che infonda sicurezza) del videogioco Landing, realtà virtuale online poligonale simile a Second Life fatta di sogni di pixel e avventure fantasy impossibili, incontri ed emozioni fantastiche. In qualche modo ricorda la Oasis di Ready Player One, ma qui non ci sono imprese eroiche tipicamente americane e nemmeno un citazionismo spinto agli 80s, solo una discesa nel baratro che Carboni riesce a riprendere in modo eccellente tramite le forti emozioni represse di una giovane ragazza che avventatamente (e sconfortata dalla negatività di un mondo sbagliato) farà una decisione pazza. E pian piano la distruggerà dall’interno, violandola intimamente in modo psicologico ancora prima che in quello fisico. Lei è Matilde, Mati per chi la conosce bene, una bravissima e forte Matilda De Angelis (avevamo avuto il piacere di scoprirla già in Veloce come il vento) che parla attraverso i suoi profondi occhioni pronti a urlare prima che lo facciano le parole. Poi viene il suo corpo, svenduto ai bavosi, viscidi e insensibili che si nascondono dall’altra parte del computer, distanti eppure così vicini, pronti a riversare le loro meschine perversioni e a giudicare inconsapevolmente. Allo stesso modo, quel mondo così schifoso e depravato può regalare un attimo di felicità attraverso una umanità celata in un impersonale avatar/player di un videogioco.
Quello che fa Youtopia in sintesi è essere esso stesso un film coraggioso, raffigurando la tecnologia non solo semplicemente come uno oggetto impersonale e negativo (concetto alquanto abusato nel cinema italiano), ma che può in qualche modo essere uno strumento di rivalsa e di cambiamento (positivo). Purtroppo la sua natura di film iperrealistico sbatte spesso contro alcuni cliché grottescamente sopra le righe di alcuni personaggi (l’aiuto farmacista quasi caricaturale) e azioni (alcune spiegazioni e rappresentazioni troppo umoristicamente semplificate dell’internet: il modo in cui viene mostrato il deep web), smorzando la potenza drammaturgica del lungometraggio.

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