Avengers: Infinity War – La recensione

Sono passati già 10 anni da quando nel 2008 usciva l’Iron Man di John Fraveau, catapultando nell’olimpo delle star di Hollywood Robert Downey Jr., segnando il punto di partenza di un lungo viaggio spettacolare. Probabilmente ancora non ci si immaginava gli alti livelli a cui saremmo arrivati oggi, eppure ci doveva essere già qualcosa di geniale dietro all’incredibile operazione commerciale ed editoriale pronta a cambiare il corso dell’intero mondo cinematografico (e non solo) contemporaneo. Perché che si voglia o no, che piaccia o che lo si reputi un terribile abbassamento di qualità generale, la realtà cinematografica odierna è stata di gran lunga scossa prepotentemente dal cosiddetto MCU (che per chi ancora non lo sapesse, è l’acronimo di Marvel Cinematic Universe) e dal suo nuovo principio seriale (ovviamente in tv e sullo streaming online la serialità ha giocato un ruolo fondamentale assumendo una natura molto più filmica e tecnica di un tempo). Il merito di questo lavoro dalle dimensioni altamente mastodontiche è frutto di quel geniaccio di Kevin Feige, che insieme al collega Avi Arad, hanno prodotto e costruito furbamente tutti i film Marvel con una bravura fuori dagli schemi e ci hanno portato ad un climax altissimo con THANOS. E se fin dall’inizio questo imponente villain ci si mostrava solo ogni tanto nelle scene post credits, per ricordarci della sua lenta ma inesorabile venuta, oggi possiamo dire che è finalmente (o purtroppo, come potrebbe pensare un Bruce Banner terrorizzato) arrivato. Ed è bellissimo!

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THANOS.

Trama senza spoilers: THANOS è arrivato.

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THANOS.

Non mi capita spesso di tornare al cinema a distanza di pochi giorni per rivedermi uno stesso film e poi ancora un’altra volta. Lo faccio fanaticamente solo con Star Wars, lo feci con Avatar in 3D per la delizia sfavillante dei miei occhi e l’ho rifatto con Infinity War. Perché, nonostante i soliti difetti, è stato un film incredibile in grado di suscitare fortissime emozioni: mi ha esaltato, mi ha stupito, mi ha messo i brividi, mi ha rattristato e quasi ho pianto, mi sono sentito felice e incredulo. E non lo ha fatto solo a me, ogni volta che sono tornato in sala, a fine film, il pubblico è rimasto unito in un silenzio tombale, sconfortato, ma con un briciolo di speranza che si spera di trovare potentemente nel prossimo capitolo (Avengers 4: A New Hope?). Non è poco. Ed è quello che ad esempio ai film DC non riesce ancora. Come dicevo, è ancora un film Marvel, con i soliti problemi Marvel, la solita regia Marvel (anche se più “personale” rispetto ad altri capitoli del franchise), la solita fotografia Marvel. Eppure se la gioca alla grande con le aspettative delle spettatore (grazie anche al rating PG-13 con cui può permettersi di osare un po’ di più): non c’è bisogno di presentare nuovamente i personaggi (ci hanno già pensato i vari origins negli ultimi 10 anni), è il tempo dell’azione, è il tempo di combattere, è il tempo di vincere o forse di perdere. E’ l’inizio della fine e lo scopriamo fin dalla prima scena: THANOS è arrivato (si è capito che è arrivato?) e una volta che sarà riuscito ad entrare in possesso di tutte e sei le gemme dell’infinito gli Avengers, così come il destino stesso dell’universo e delle forme di vita che ne fanno parte, saranno in grave pericolo. In un film di soli supereroi protagonisti, è il villain che si erge prepotentemente ad unico protagonista indiscusso. Il titano impersonato da Josh Brolin, che casualmente sarà anche Cable in Deadpool 2 (ma i diritti sono di Sony), è un magnifico antagonista degno del nome che porta. Un personaggio emblematico, profondo, perfetto nella sua imperfezione, altamente shakespeariano, diviso tra ciò che è giusto e il male più assoluto, che cerca di reprimere disperatamente i suoi sentimenti per perseguire la sua strada per l’equilibrio universale. THANOS. Il suo nome echeggerà a lungo nella nostra immaginazione popolare, dal film fino alla riscoperta dei fumetti in cui è nato per mano del divino Jim Starlin.

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