Brawl in Cell Block 99 – La recensione

A Venezia 74 si era sparsa la voce di un certo Craig Zahler che si era presentato fuori concorso con “uno dei film più violenti degli ultimi anni”: Brawl in Cell Block 99, che ora è finalmente uscito (direttamente in home video) anche in Italia. Dopo l’esordio col western-horror Bone Tomahawk, Zahler scrive-dirige-suona (ne compone anche le poche musiche) un altro film di genere, un prison movie assurdamente e meravigliosamente contaminato da tinte surreali.

Si chiama Bradley Thomas, non Brad…

La storia è una lineare discesa all’inferno. Per davvero. Bradley Thomas (non chiamatelo “Brad”: vi… correggerà) è un omone di due metri, ex pugile, in crisi col proprio matrimonio e che viene licenziato dal suo lavoro di meccanico. Per vivere il sogno americano, dovrà tornare a trafficare come corriere della droga per un suo vecchio amico, ma un lavoro andato male lo spedirà in galera in una spirale di violenza. Per ripagare il danno al boss, dovrà uccidere un uomo nel temutissimo cell block 99 della prigione di massima sicurezza Redleaf. Pena: un abile chirurgo coreano amputerà gli arti al feto che la moglie di Bradley porta in grembo.

… e sa picchiare.

Per tutto il film sembra riecheggiare la frase profetica “America is not a country. America is business. And now ‘u pay to me” di Brad Pitt in Cogan – Killing them softly, ma, Andrew Dominik a parte, Zahler elimina la politica e qualsiasi riferimento all’attualità per tuffarsi con originalità nella realizzazione di puro cinema di genere. In questo b-movie ci mette sangue, sudore, ossa rotte (dopo Bone Tomahawk capiamo che è ormai la sua perversione) e amore. Zahler si prende il suo tempo: costruisce lentamente i suoi personaggi e si assicura di mantenere alto il livello della tensione e del ritmo in un continuo crescendo. Gli piace puntare su situazioni assurde, combattimenti molto fisici e sul dolore, alternandoli di tanto in tanto con qualche dialogo scanzonato e cinicamente ironico. Poi di colpo ci inserisce contesti sempre più estremizzati (proprio come nel suo primo film) e ci conduce in un inferno letterale, fatto di prigioni dentro le prigioni, personaggi pittoreschi (ma pur sempre realistici) e strumenti di tortura. Si diverte ad aggiungere elementi splatter quasi grotteschi, che ricordano la corrente exploitation anni 70. E, come se fosse Tarantino, inserisce (anche in  ruoli minori) interessanti personaggi dal grosso calibro: Don Johnson è il violento direttore del carcere di massima sicurezza e Udo Kier è il perfido tirapiedi del boss. Basta appena un loro sguardo a giustificare tutto il film.
Per ultimo mi sono lasciato il protagonista Bradley Thomas, probabilmente un uomo buono in un mondo cattivo: deve aver avuto un passato complicato ed è sfortunato di fronte alle difficoltà della vita, ma ha forte senso di nazionalismo che lo rende un cittadino rispettoso della bandiera. E’ interpretato da un impassibile (alcuni diranno malevolmente “inespressivo”) Vince Vaughn, che dopo anni di commedie sornione tra le fila del Frat Pack torna ad un suo tipico ruolo iniziale (come ai tempi del remake Psycho). Il suo background di commediante lo fa sembrare ancora più gelidamente terrificante, sempre diviso tra il suo senso di giustizia, l’amore incondizionato per la famiglia e un destino beffardo che affronta implacabile spaccando braccia, sfondando gambe e pestando teste (o grattugiandole sul pavimento) fino a farle esplodere. Vaughn fa il suo compitino ben fatto, probabilmente avrebbe potuto dare di più, soprattutto fisicamente, ma possiamo dire che con Brawl in Cell Block 99 si conferma un attore enorme in un b-movie che è già cult.

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