Suspiria (2018) – La recensione in anteprima da Vienna (contiene SPOILER)

“Andare oltre”, un pensiero febbrile sul Suspiria di Luca Guadagnino.
La mia è una opinione emotiva, febbrile, che necessito di esternare. Mentre scrivo tremo, agguantato dall’impazienza di raccontare e dal freddo austriaco. Qui, a Vienna, ho avuto modo di vedere in anteprima “Suspiria” (mentre in Italia il film uscirà il 1 gennaio 2019 – N.d.R.), realizzato da un Luca Guadagnino ben felice (si veda la conferenza stampa di Venezia) di rendere onore con la sua firma e le sue forza alla pellicola originale di Dario Argento. Ma nel cimentarmi a riflettere su “Suspiria” (2018) ritengo sia necessario dimenticarsi del parallelo con il suo originale: quella che vi trovate davanti è una creatura completamente diversa.

Eppure, un’immagine dal ’77, che racchiude l’essenza dell’opera di Argento, sarà il trampolino di lancio utile a discutere esclusivamente della sua reinterpretazione: la morte per impiccagione, la sensazione di annichilimento che pervade lo spettatore nel vedere la telecamera muoversi sul corpo strozzato di Patricia, soffermandosi morbosamente sulle gocce di sangue che si congiungono al pavimento. Un annichilimento silenzioso, amplificato dalla schizofrenia delle musiche dei Goblin. Il contenuto emotivo disturbante estrapolato da queste immagini sono l’anima del film di Guadagnino.

Se in “Io sono l’amore” il sentimento umano è messo a nudo nella sua profonda semplicità, in “Suspiria” ciò che mostra la sua carne è il susseguirsi di cupe vicende umane (abuso di potere generale, abuso di potere matriarcale, mancanza di accettazione…). La più delicata estetica si sposa con la più strisciante rappresentazione del male dei volti, corpi, gesti e intenzioni, grazie al cast perfettamente a suo agio e al manierismo intimo e solido del regista italiano: una modalità di fare cinema che conserva la fedeltà con la realtà dell’essere umano. Il soggetto di “Suspiria” non è un pretesto per soffrire e godere davanti alla visione di un film horror: si è rapiti dal realismo, dimenticando di assistere a un film di genere. Abbandonati dentro una storia veristica nelle costruzioni psicologiche dei personaggi, nei dettagli di una messa in scena ben contestualizzata: una Berlino cupa, nel caos delle bande terroristiche e delle ribellioni sociali degli anni ’70. Grigia, azzurra, viva e degradata.

Abbandonati nel reale, nel’estetica. E dunque: impreparati al prorompere dell’orrore.

Voglio arrivare al dunque: sarà che per qualche strana ragione ho visto sei volte “A Serbian Film” e sono diventano non immune, bensì molto suscettibile, MA personalmente ho sofferto nella brutalità mai gratuita del film. Per sua costruzione, il film è malignamente loquace nel mostrare la morte. E quando non mostra, rivela: che sia nell’apparato visivo (le sequenze oniriche dei sogni di Susie), o in quello narrativo (nelle conversazioni tra le streghe/professoresse, che non si nascondono al pubblico, ma vivono, palesandosi su ciniche note jazz).

La danza è l’elemento più complesso da interpretare. Certamente non di cornice, ma che accompagna lo spettatore nell’inferno, fino alla sequenza finale.
Da un lato è qui strumento di morte, letterale, e di sofferenza intima. La figura di Madame Blanc si rivela da antagonista a creatura psicologicamente complessa, fragile nella sua crescente insicurezza, nel suo potere e nella sua sopraffazione (… amorosa?) dal potere della vera Madre.
E dunque: l’amore.
“Esiste una sola madre, dillo”.
Suspira” è un film delicato non solo per la cura registica caratteristica di Guadagnino, ma per come il suo stesso soggetto sia elevato oltre il film di orrore, diventando un film di espiazione. Purificazione.

Non ho potuto fare a meno di pensare al finale de “Il maestro e Margherita” di Bulgakov: insieme agli amanti esperirci il male, dubitando del suo vero significato, entrando in punta di piedi in un mondo non più fatto di vittime, antagonisti ed eroi. Sfumato. Complesso. Profondo.
La morte, le streghe, la vita, l’espiazione, il film muta, insieme alla percezione di tutto ciò che hai visto. Usando le parole di una grande donna: “Con lievi mani, con lieve cuore”, l’epilogo si chiude sulle note della efficace e coerente colonna sonora di Thom Yorke.

Sei atti e un epilogo. Per un film coraggioso, destinato a dividere. Da esperire individualmente.

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