La pazza gioia – La recensione

 

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LA PAZZA GIOIA
Paolo Virzì, Italia, 2016 – Commedia, Drammatico
Voto: 8 su 10.

È palese l’intenzione di Paolo Virzì, il suo progetto di proseguire sulla via della commedia all’italiana è in questo film più evidente del solito. Sono ormai passati i tempi di Gassman, di Tognazzi, di Scola e via discorrendo… sono passati i tempi della commedia con la medio-borghesia dominante a sfondo berlusconiano, sono passati per tutti ma non per Virzì.
La visione delle ultime due pellicole di questo regista, ricorda vagamente la commedia Continua a leggere “La pazza gioia – La recensione”

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The diary of a teenage girl – La recensione

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THE DIARY OF A TEENAGE GIRL
Marielle Heller, Usa, 2015 – Drammatico
Voto: 7,5 su 10.

Bisogna fare attenzione, The diary of a teenage girl non è un film così allegro come il manifesto suggerisce, con la giovane Bel Powley, che interpreta la quindicenne Minnie Goetz, seduta su un divano affiancata da Kristen Wiig e Alexander Skarsgard, insieme e vagamente storditi e con fiori animati che fungono da sfondo. Ci si aspetterebbe una fragile e goffa commedia che tratta di tensioni familiari in stile Juno, ma vi posso assicurare che questo è tutto un Continua a leggere “The diary of a teenage girl – La recensione”

Le confessioni – La recensione

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LE CONFESSIONI
Roberto Andò, Italia, Francia, 2016 – Drammatico
Voto: 6,5 su 10.

Un monaco certosino e il direttore dell’FMI (Fondo monetario internazionale) discutono in tarda serata nella camera di un lussuoso albergo tedesco. L’incontro è stato voluto dal banchiere, Daniel Rochè (Daniel Auteuil), che ha scoperto da poco l’esistenza di questo monaco, Roberto Salus (Toni Servillo), grazie ad alcuni suoi libri. Un religioso che si dichiara “indifferente all’Ortodossia”, che legge Ernesto Bonaiuti e “che sta dalla parte della pietà”. È lui la chiave del mistero alla base di questo G8.

Quello di Roberto Andò non è un film semplice, né uno che nasconde le proprie grande ambizioni. E’ un film molto pretenzioso, già solo nel mettere un monaco certosino nella stanza dei bottoni. Ambizioso sì, ma anche pomposo come il potere che descrive, ancorato a grandi temi e ideali ma poi incapace sia di renderli vicino allo spettatore sia di manipolarli per arrivare ad altro. Audace è l’idea che a legare tutti i personaggi sia un segreto, ciò che forse è stato confessato al monaco ma che nessuno dovrebbe sapere, un segreto che magari nemmeno esiste ma agita comunque tutti. Mai durante il film si ha l’impressione che di tutte queste smisurate ambizioni qualcosa riesca a passare. Le Confessioni non desidera fornire risposte ma suggestioni, arrivare là dove un ragionamento logico non può giungere con la forza di atmosfere e allusioni. Mi è parso che Andò si fidi eccessivamente della sua capacità di creare suspense senza un vero e proprio intreccio. A mano a mano che il film avanza il suo mondo lentamente crolla, l’interesse scatenato inizialmente da una morte improvvisa lascia il posto ad un atteggiamento pontificatorio e ad una rarefazione quasi mistica che gira a vuoto. Questo film non ha paura di guardare il mondo dall’alto verso il basso, là dove l’alto è la cima della cultura contrapposta alla bassezza della politica, l’alto di un monaco che ha votato al silenzio. Più avanza più sembra pretendere che lo spettatore aderisca alla sua visione del mondo senza spiegarla mai realmente, più ci si addentra più pretende che la spettatore entri nella sua storia o nel suo ragionamento senza mai tiracelo dentro.
Insomma è un film che chiede molto ma che non da nulla in cambio, un film autoreferenziale e pieno d’intellettualismi che lasciano abbastanza interdetti. In tutto questo non aiuta molto la presenza di Toni Servillo, attore pregiatissimo ma complicato da gestire. La sua entrata in scena è fenomenale: lo vediamo aggirarsi spaesato con un’espressione smarrita dentro la quale si sente l’eco di anni di ritiro e immediatamente percepiamo una fantastica distanza dal mondo. Tutto il resto del film non è però all’altezza di questo. Comunque un film da guardare ma con l’occhio critico sempre allerta!

Veloce come il vento – La recensione

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VELOCE COME IL VENTO
Matteo Rovere, Italia, 2016 – Drammatico
Voto: 8 su 10.

Veloce come il vento, il nuovo film di Matteo Rovere con protagonisti Stefano Accorsi e Matilda De Angelis, ha già conquistato il mercato internazionale. Prodotto da Domenico Procacci per Fandango con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution, sarà presto nelle sale di oltre 40 Paesi in tutto il mondo (con il titolo internazionale di Italian Race n.d.D).

La passione per i motori scorre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è una pilota, un talento che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT sotto la guida del padre Mario. Un giorno tutto cambia e Giulia si trova ad affrontare tutto da sola. A complicare la situazione il ritorno del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma con un ottimo sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme e si renderanno conto di quanto sia difficile e importante essere una famiglia. Lo stile è quello del film di genere, ma più che al Motor movie stile Rush, attinge all’idea vincente di Rocky, la lotta di un uomo contro il proprio corpo, combattere contro un fisico non adatto con una volontà di ferro. Questa idea è stata esposta egregiamente da Accorsi, il fratello maggiore tossico, con il volto scavato, i capelli sporchi, i denti marci ed espressioni che parlano da sole, eppure a tratti super dotato, con lampi di genio solo quando si parla di auto. Dall’altra parte Giulia De Angelis, la vera protagonista, che sembra inizialmente lei quella da migliorare, funge invece da cuore pulsante del film. Insieme, questi due funzionano alla perfezione creando un’unione scenica ed emotiva pulita e senza intoppi. Forse a funzionare poco sono gli snodi narrativi, il film a tratti pare un po’ grossolano, cercando di rispettare tutte le dinamiche del proprio genere, tratta probabilmente un po’ troppo sbrigativamente momenti che richiedevano più cura. Ci sono delle scene madri da mettere più in evidenza, momenti delicati da guardare con la lente di ingrandimento sono state un po’ sbrigative e prive di dettagli. Nonostante ciò, riesce comunque a parlare di sentimenti tramite l’azione, che poi è questa la vera vittoria del film: riusciamo a sentire tutto quello che sentono loro. È un film bello e costruttivo, è un bel film perché sa coniugare la spettacolarità dell’azione e la profondità dell’ambiente. È un bel film perché i suoi attori sono bravi ed è facile far il tifo per loro, è un bel film perché il comparto tecnico e artistico è bravo. È un buon film perché sa emozionare, commuovere e far esaltare.

Questo è un film di corse italiano da applaudire, probabilmente il migliore che abbiamo mai girato. Non solo perché porta a casa grandi scene automobilistiche, ma, anche una credibilità al di là della aspettative, è un autentico coinvolgimento in quel che racconta. Ha la consapevolezza di dover lavorare sull’eccitazione dell’azione, sulla carica del desiderio di rivincita e la vertigine della vittoria. Assolutamente da vedere!

Race – Il colore della vittoria – La recensione

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RACE  – IL COLORE DELLA VITTORIA
Stephen Hopkins, Canada, Germania, Francia, 2016 – Biografico, Sportivo
Voto: 4,5 su 10.

La storia di Jesse Owens, merita sicuramente di essere raccontata, ma decisamente in modo diverso e più incisivo. Siamo alle Olimpiadi del 1936, a Berlino. Un evento importantissimo per l’epoca, il cui significato andava oltre lo sport. Una prova di forza da parte del Terzo Reich, che con quei Giochi puntava a mostrare al mondo la propria supremazia dopo all’incirca un decennio di lavoro. Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale e la federazione olimpica americana pare sia contraria alle possibili restrizioni da parte dei tedeschi circa i partecipanti. Per mediare la cosa, viene inviato in Germania Avery Brundage (Jeremy Irons), che ottiene il benestare in cambio della partecipazione degli Stati Uniti ai giochi. Mi sembra quindi ovvio, che Race – Il colore della pelle non è soltanto un film sportivo ma un film che prova ad essere “storico”. Si è assunto il compito di raccontare un periodo e due culture, quella Americana e quella Tedesca. Banale è ribadire il concetto di fondo, evocato in maniera tutt’altro che sottile dal titolo, tema tra l’altro ancora molto attuale. Questo non andare tanto per il sottile crea molti equivoci, il messaggio parabola travolge fino a coprire del tutto l’opera. Non si spiega diversamente come un film con un grande potenziale culturale e storico risulti terribilmente piatto, scontato, noiosamente “giusto”, pulito al punto da lasciare poco in merito alla premessa iniziale. Per esempio, non è chiaro chi sia in realtà Jesse Owens… sì, è un giovane nero con un’infanzia difficile in tempi di guerra e di razzismo, sappiamo che è un atleta con un talento naturale, talento che viene notato dal classico allenatore frustrato alla ribalta (Jason Sudeikis, che a prescindere è un bravo attore), e poi non sappiamo più nulla. È totalmente assente l’analisi interiore del personaggio e sicuramente la colpa non è di Stephan James (l’attore che lo interpreta).
Il resto è cronaca per buonisti: l’ascesa verso il successo, il matrimonio con l’amore della sua vita, il clamore mediatico. Non ci sono scrupoli, non c’è sofferenza e non ci sono umiliazioni da cui rialzarsi a testa alta. Quando gli viene chiesto di rinunciare alla propria carriera e ai propri sogni per sostenere una nobile causa, comprendiamo l’angoscia, ma in modo superficiale e indolore. Questo non è affatto realistico e un film biografico non può commettere questi errori. Si capisce, ma non si sente. E’ un pacchetto vuoto ben confezionato. Sono sicura che la vicenda sia potente, ma gli autori si sono limitati ad adattarla al commerciale nella maniera meno rischiosa possibile, ottenendo un risultato molto mediocre.
E’ stato comunque interessante sapere, per esempio, che la Riefenstahn (Carice van Houten) chiese e ottenne, per intercessione di Hitler visto che Goebbles pare non simpatizzasse per lei, di poter girare le Olimpiadi con più di quaranta macchine da presa. E interessante è stato anche conoscere la figura di Luz Long, l’atleta tedesco che subito dopo le Olimpiadi fu spedito in guerra a causa del suo atteggiamento durante i Giochi e sapere della sua amicizia con Owens.

Al di là di questo, il cuore del film rimane precluso, nessuno si preoccupa di scavare a fondo nella questione, finendo col fare di Race – Il colore della pelle uno spot pubblicitario per le pari opportunità. Le intenzioni saranno state sicuramente buone, ma il risultato è superficiale.