16 curiosità su Vita di Pi del regista Ang Lee

Vita di Pi è un film del 2012 diretto da Ang Lee.

1. Il film di Ang Lee tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore canadese Yann Martel.
2. Yann Martel ha rivelato di aver tratto l’ispirazione per la storia da un precedente romanzo del 1981 del brasiliano Moacyr Scliar, intitolato “Max e os felinos” e uscito in Italia col titolo “Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante”. In questo, si raccontava di un ragazzo ebreo in fuga dal nazismo, naufrago in mezzo all’Oceano Atlantico e costretto a condividere la sua barca con un giaguaro.
3. I diritti per l’adattamento del film sono stati opzionati nel 2002 e da allora molti registi sono stati presi in considerazione per portare sullo schermo il romanzo di Yann Martel: tra questi figurano M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet. Alla fine, il film è stato realizzato da Ang Lee.
4. Per la parte del protagonista Pi, sono stati provinati più di 3.000 giovani e alla fine il 17enne Suraj Sharma è stato scelto per la parte. Suraj non voleva nemmeno fare il provino, aveva infatti solo accompagnato il fratello al provino per il cast.
5. Vita di Pi è il film d’esordio per Suraj Sharma. L’attore ha tra l’altro dichiarato che nonostante gli sia piaciuta questa nuova esperinza cinematografica, finite le riprese, tornerà a studiare filosofia all’Università.
6. Suraj Sharma ha dovuto affrontare diverse difficoltà per realizzare questo film… come imparare a nuotare.
7. Per entrare appieno nel personaggio, Suraj Sharma ha dovuto subire una trasformazione fisica: attraverso un rigoroso allenamento e una dieta ferrea, l’attore è aumentato prima di 16 kg per poi, durante il corso delle riprese, ridurre drasticamente il peso.
8. Dopo un iniziale coinvolgimento di Andrew Garfield, l’attore scelto per interpretare il ruolo dello scrittore (Yann Martel) in Vita di Pi fu Tobey Maguire. Dopo l’inizio delle riprese e nonostante l’attore avesse anche girato alcune scene, Maguire fu sostituito con Rafe Spall: il regista Ang Lee pensava infatti che l’attore fosse troppo noto per un ruolo così piccolo, e che la sua presenza avrebbe distratto il pubblico.
9. Così come nel romanzo, la nave giapponese su cui il protagonista si imbarca si chiama Tsimtsum. Questa è in realtà una parola ebraica usata dal cabalista del XVI secolo Isaac Luria, per definire una “contrazione” o “ritrazione” di Dio nell’atto della creazione. Nel romanzo il Pi adulto rivela di aver scritto una tesi di laurea sulle teorie di Luria sulla creazione, mentre nel film il protagonista si limita a dire di essere stato docente in un corso sulla Cabala, senza menzionare specificamente Luria.
10. Per realizzare il maremoto è stato progettato il più grande generatore di onde al mondo: il serbatoio misura 70 metri di lunghezza, 30 di altezza e 4 metri di profondità, e con una capacità di 1,7 milioni di litri.
11. La tigre Richard Parker è stata creata quasi interamente in CG (Computer Grafica), grazie a una preziosa raccolta di centinaia di ore di girato su tigri reali. Solo per alcune scene, che mostravano il felino nuotare in acqua, è stata utilizzata una vera tigre.
12. Per interpretare il ruolo della tigre sono serviti ben 4 esemplari di Royal Bengal Tigers. L’addestratore Thierry Le Portier ha trovato tre dei quattro esemplari in Francia e uno in Canada. I rispettivi nomi sono Re, Min, Themus e Jonas.
13. Per realizzare la misteriosa isola di Meerkat, lo scenografo David Gropman ha realizzato un mix di ambienti reali e ricostruiti, creando un ambiente vivo e surreale.
14. Per le magnifiche scene di esterni, sono stati assunti circa 5.500 abitanti indiani.
15. Per girare una scena nel tempio millenario di Villanur, la produzione ha dovuto richiedere un permesso speciale.
16. 2.000 comparse in costume hanno lavorato tutta la notte, fino all’alba, per tenere accese le 20.000 candele tradizionali Diya.

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Prometheus – La recensione

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PROMETHEUS
Ridley Scott; Usa, 2012 – Fantascienza
Voto: 5 su 10.

Per questo film sarò chiaro e schietto: non aspettatevi qualcosa di grandioso! Abbassate il tiro delle vostre aspettative! Non pensate ai vecchi lavori sci-fi di Sir Ridley Scott! Svuotate la mente, cercate di arrivare impreparati alla visione di questo film! Non posso dirvi di non andare al cinema, perché non stiamo parlando di un film qualunque, di un regista qualunque, ma il livello qualitativo è veramente basso…

Sono passati 33 anni dalle vicende della nave Nostromo e dell’immortale tenente Ellen Ripley, impersonata da una strepitosa Sigourney Weaver. Eppure è difficile dimenticarsi di uno dei film più originali, iconici e innovativi come ALIEN, così come è difficile dimenticarsi di Ridley Scott e di ciò che il suo operato ha significato per la cinematografia di fantascienza degli anni ’80. Un altro esempio? BLADE RUNNER, epico.
Ora, per vedere PROMETHEUS, dovete cercare di cancellare tutta la saga del terrificante xenomorfo dalla vostra mente. Ve lo dico perché altrimenti vedrete esattamente la stessa storia che avete già visto quattro volte. Si parla di una nave spaziale (Prometheus è appunto il suo nome) che arriva su un pianeta sconosciuto molto lontano dalla Terra. Il vero fine della missione è sconosciuto, nonostante le buone intenzioni dei protagonisti, e come sempre è l’androide di turno a sapere la verità su tutto. Nel mentre, un’entità aliena inizierà a uccidere tutti i protagonisti, diffondendosi come un virus… Non starò a raccontarvi la trama per filo e per segno per non rovinarvi almeno quei piccoli dettagli che differiscono dal film originale del 1979. Il problema sta proprio nella sceneggiatura di fondo, scritta da Damon Lindelof, uno dei principali artefici di LOST, che porta sul grande schermo uno schema seriale che molto ricorda i telefilm e poco ricorda il cinema. Ci sono infatti molti spunti e vie aperte per poter girare ancora dei sequel. Volevate delle risposte? Questo film vi regala solo un mucchio di domande in più…
Ebbene sì, sto leggendo parecchie altre critiche, per la maggior parte negative, perché questo nuovo film tanto atteso è quasi una brutta copia di ALIEN.

E allora per cosa differisce rispetto ai primi film? Per il cast, per gli scenari e gli effetti speciali del 3D.
Sul primo punto niente da dire, PROMETHEUS presenta un cast di tutto rispetto anche se: Noomi Rapace conquista gli spettatori, anche se è un po’ fredda in un ruolo che è l’esatta proiezione di Ripley ai giorni nostri; bravissimo Michael Fassbender che riesce a imitare alla perfezione un automa, infatti lui è David l’androide; peccato per Charlize Theron che non è stata sfruttata appieno per le sue ottime qualità recitative; irriconoscibile Guy Pierce invecchiato, che poco dice, comunica, recita, piatto.
Anche per gli scenari e gli effetti speciali c’è poco da dire: studiati alla perfezione e resi magnificamente, soprattutto (forse) grazie al 3D. Che dire? Ultimamente la tecnologia ha davvero fatto passi da giganti!

Quindi, al fine di tutto, posso dire che quello che ho visto è un film godibile, sufficiente e abbastanza ben fatto a livello tecnico, ma che Ridley Scott proprio non è riuscito a stupirci un’altra volta con un’opera degna del cinema di fantascienza! Ritenta, sarai più fortunato…

Quella casa nel bosco – La recensione

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QUELLA CASA NEL BOSCO
Drew Goddard; Usa, 2012 – Horror
Voto: 8,5 su 10


Quella casa nel bosco. Si torna a parlare della casa (sperduta nel bosco), quel luogo che secondo la psicologia regala conforto e sicurezza, un posto dove vivere con la propria famiglia e nel quale si torna la sera per andare a dormire. Purtroppo da tempo nei film horror la casa non è più un luogo sicuro!
Pensavate di conoscere questo film? Vi sbagliate. In primis è il titolo italiano a ingannare: richiama subito l’attenzione di un (mai) vecchio e famoso horror, LA CASA di Sam Raimi. Inoltre, dal trailer divulgato e in effetti già dall’inizio del film, compaiono tutti i luoghi comuni, spaziando da NON APRITE QUELLA PORTA di Tobe Hooper a VENERDI 13 di Sean S. Cunningham, e tutti i cattivi, i mostri (di ogni tipo), gli zombi, il tema cosmogonico lovecraftiano delle divinità antiche e i cliché di film che hanno stravolto le regole e gli stereotipi del genere, presi in prestito per farlo di nuovo. Un ritorno al cinema degli anni ’80, con qualche aggiunta di moderni effetti speciali.
Iniziamo vedendo i cinque (la supersexybionda Jules/Anna Hutchinson, il bello Curt/Chris Hemsworth, lo sballato Marty/Fran Kranz, l’intellettuale Holden/Jesse Williams e la verginale Dana/Kristen Connolly) soliti giovani protagonisti recarsi in un isolatissimo solito chalet tra i boschi per trascorrere il week-end, destinati a diventare la solita carne da macello. E si pensa “ah, ma è il solito horror”, ma già dopo pochi attimi si rimane spiazzati: un colpo di scena dopo l’altro, sino alla fine. La trama si evolve, prende una piega diversa, e inizia a sconvolgerci, sovvertendo tutto quello che crediamo di sapere… Vedrete cose che non avevate mai visto, luoghi che non avevate mai visto, e ne resterete increduli. Il tutto condito da una buona dose di sangue, violenza e terrore, ma vi scapperà anche qualche risata.
Grande film, senza dubbio: il merito va all’esordiente regista Drew Goddard, già sceneggiatore di CLOVERFIELD, affiancato dal produttore Joss Whedon, creatore della serie televisiva BUFFY – L’AMMAZZAVAMPIRI e già regista di THE AVENGERS.
Che altro aggiungere? Ah, si, andate a vederlo!

Act of valor – La recensione

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ACT OF VALOR
Mike McCoy, Scott Waugh; Usa, 2012 – Guerra, Azione
Voto: 6 su 10.

Va di moda dire che la guerra è una brutta cosa, e lo è. Va di moda andare contro la guerra, va bene. Va di moda fare finta che la guerra non ci sia, e qui vi sbagliate. La guerra c’è e sempre ci sarà, e qualcuno deve pur farla, fatevene una ragione (non è un dibattito sul giusto o sbagliato). Non è più tempo di grossi manifesti che addobbano le città con il vecchio zio Sam che ci inculca “I want you for (U.S.) Army” e nei cinema non ci sono più i vecchi spot di propaganda di guerra, o almeno, questo non accade in Italia. Dagli States arriva ACT OF VALOR, il nuovo action degli esordienti registi Mike McCoy e Scott Waugh, ex stuntmen.
E quale modo migliore per divulgarlo? Facile, il film si adatta alle convenzioni dei videogame, campo in cui in molti cercano la massima e più diretta simulazione al combattimento fisico e alla guerra, piuttosto che al cinema bellico classico. Ci si avvale quindi di battute strette e mirate, visuali a infrarossi, combattimenti in prima persona e trama che si sviluppa a livelli, proprio come in uno sparatutto. Non è un caso che il primo trailer sia stato distribuito attraverso Battlefield 3.
Il prodotto è quindi diverso dai soliti war movies, non aspettatevi un nuovo BLACK HAWK DOWN. Non ci sono super battaglie epiche con super soldati, ma scene di guerra quotidiana con persone semplici. L’intento è di catturare l’essenza dell’azione in battaglia e trasmettere allo spettatore l’esaltazione fisica, adrenalinica e sensoriale del combattimento. Ci si ritrova sporchi di polvere, fango, acqua sudicia, nascosti nella vegetazione più fitta e circondati da fucili, mitragliatrici, esplosioni e pallottole veri e realistici.
Caratteristica fondamentale del film è quella di non aver adottato il solito cast stellare, ma attori sconosciuti, alcuni sono veri Navy Seals prestati al cinema il cui nome non è stato reso noto per motivi di sicurezza, grazie ai quali si sono riuscite ad avere performance tecniche spettacolari che aiutano rendere veritiera l’opera finale.
La storia ruota attorno a un gruppo di Neavy Seals denominato Bandito, che svolge missioni su più fronti (terrestre, subacqueo, aereo) e scenari ambientali (giungla, deserto, oceano) per contrastare un attacco nucleare ai danni degli USA.
Non ci sono riflessioni teoriche sulla violenza della guerra come nei film THE HURT LOCKER di Kathryn Bigelow o REDACTED di Brian De Palma, e il messaggio è chiaro: arruolatevi nell’esercito (americano). Messaggio abbastanza esplicito, film forse un po’ semplicistico ma che esalta valori tradizionali fieramente patriottici e militaristi, quali onore (e onore per il sacrificio di chi ha il coraggio di immolarsi per difendere la patria), libertà, giustizia, famiglia.

A.c.a.b. – La recensione

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A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS)
Stefano Sollima; Ita, 2012 – Drammatico
Voto: 7,5 su 10.

I tempi cambiano, e si vede. Il cinema in Italia è cambiato, e si vede. Non sono più gli anni ’60 e ’70, gli anni in cui l’Italia cinematografica andava forte. Oggigiorno abbiamo i cinepanettoni, le commedie all’italiana e tante (troppe) fiction su problemi familiari e adolescenziali che proprio non reggono il confronto coi vecchi film degli anni ruggenti. Sembrava impossibile dare una svolta a tutto questo, ma qualcuno ce l’ha fatta e quel qualcuno è Stefano Sollima. Reduce dalla famosa e moderna serie televisiva ROMANZO CRIMINALE – LA SERIE, adattamento per la tv dell’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo, approda sul grande schermo con A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS), basato sull’omonimo libro di Carlo Bonini, film vincitore del premio David di Donatello 2012, il film impossibile.
Ed ecco che il 27 gennaio è uscito nelle sale il film che molto ha fatto discutere e che ha diviso il suo pubblico in due parti: chi l’ha amato e chi l’ha detestato. E non poteva succedere che questo. Si parla per la prima volta di qualcosa di veramente reale. Si parla di quella parte di italiani che svolgono una vita difficile sia a casa che a lavoro. Si parla di Polizia, si sa è un argomento scomodo. Si parla di attualità. Si parla di scontri in piazza, del G8 di Genova, della Diaz (chiamata in seguito macelleria messicana) della morte di Filippo Raciti, di Giovanna Reggiani e di Gabriele Sandri.
Strano il fatto che il film si possa riassumere con una sola frase carica d’odio, da stadio, da antifascista come “celerino figlio di puttana”, frase che tra l’altro, ricorre per tutto il film, canticchiata in primis dai celerini stessi nei momenti di grande tensione prima di uno scontro. Frase che sottolinea anche l’ambiguità e la dualità dei protagonisti (quella stessa dualità dell’essere umano, teoria junghiana che confonde la mente del soldato Joker e che lo porta a indossare due simboli opposti pro-contro la guerra in FULL METAL JACKET), che come già detto in precedenza, poco gli manca dal passare dal lato della giustizia al lato oscuro, tanto per citare anche Star Wars. Ed è proprio questa frase il punto di partenza del film, canticchiata a squarciagola da Pierfrancesco Favino a bordo di uno scooter in una Roma di periferia, che si verrà poi a capire essere un poliziotto.
La storia ruota attorno alla vita di tre celerini (Cobra/Pierfrancesco Favino, Mazinga/Marco Giallini e Negro/Filippo Nigro), agenti del Reparto Mobile, la Celere appunto. Non sono perfetti, non sono bastardi, sono umani e umani sono i loro errori. Vivono situazioni complicate e hanno difficili rapporti in casa a cui rispondono con grosse dosi di violenza e d’odio (sono proprio le parole chiave), necessarie al loro lavoro per controllare e reprimere un pestaggio, uno scontro, un assalto a un covo ultras. Li troviamo in uno dei momenti peggiori della loro vita, a dover fare i conti anche con le loro azioni del G8 e dell’incursione alla Diaz, stritolati da una morsa ferocissima: un mix di manifestanti pesantemente arrabbiati, rissosi e stanchi di soprusi e uno Stato irresponsabile e falso.
Ebbene, questo è A.C.A.B. (ALL COPS ARE BASTARDS): un film vivamente crudo che si conclude con una scena quasi metafisica che ricorda la situazione dei soldati della fortezza Bastiani in attesa dell’attacco dei Tartari (nel romanzo di Dino Buzzati): il gruppo dei protagonisti, corazzati e raccolti come in una testuggine romana, che attendono al centro di un piazzale deserto (guarda caso, piazzale Maresciallo Diaz: la nemesi) l’attacco finale di misteriosi ultras. Una scena che ricorda quella conclusiva di un film emblematico della violenza urbana priva di ragione, pura violenza: DISTRETTO 13 – LE BRIGATE DELLA MORTE, un film apparentemente minore del maestro John Carpenter.