Conspiracy – La cospirazione – La recensione

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CONSPIRACY – LA COSPIRAZIONE
Shintaro Shimosawa, Usa, 2016 – Drammatico, Thriller
Voto: 4,5 su 10.

E’ passato un po’ di tempo dall’ultima anteprima a cui ho assistito (Now you see me 2). Gli esami mi hanno assalito e non mi hanno lasciato scampo. Non so come, ho visto al pelo The neon demon (presto una nostra rece) prima di chiudermi definitivamente in casa a studiare. Ora tra uno esame e l’altro decido di tornare nel buio delle sale cinematografiche
ma… ecco la rece di Conspiracy – La cospirazione. Guardo velocemente cosa danno al cinema e scelgo questo perchè “diamine ci sono Anthony Hopkins e Al Pacino, quindi mi fido”. Non lo avessi mai fatto. Continua a leggere “Conspiracy – La cospirazione – La recensione”

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The Truman show – Curiosità

THE TRUMAN SHOW
Peter Weir, Usa, 1998 – Drammatico, Commedia

1. Truman è composto dalle due parole inglesi True (vero) e Man (uomo), in quanto unico personaggio reale dello show.
2. Meryl e Marlon, rispettivamente la moglie e il miglior amico di Truman all’interno del reality, sono così chiamati in riferimento a Meryl Streep e Marlon Brando, appunto per sottolineare che sono attori e non hanno vincoli reali con Truman.
3. Il nome di Christof, il creatore dello show, è un evidente riferimento a Cristo, in quanto creatore e poichè guarda tutto dall’alto come una sorta di entità.
4. C’è una piccola apparizione nel film del noto compositore Philip Glass.
5. A chiunque sul set era proibito citare le frasi caratteristiche dei buffi personaggi interpretati da Carrey nei suoi precedenti film.
6. Quando gli fu proposto, David Cronenberg rifiutò di dirigere il film, fu Peter Weir a prenderne in seguito il posto.
7. Dennis Hopper fu originariamente scelto per il ruolo di Christof, ma lasciò il film il primo giorno di riprese per divergenze creative. Ed Harris lo sostituì.
8. Per questo film Jim Carrey è stato premiato con il Golden Globe come miglior attore drammatico, ma curiosamente non ha ottenuto la nomination agli Oscar del 1999.
9. Come mostra il film, la cupolona/set dove si svolge lo show si trova a nord della famosa scritta HOLLYWOOD. Nella realtà in quel posto c’è una città che si chiama Burbank. Che coincidenza: il protagonista dello show si chiama Truman Burbank!
10. Quando si devono ambientare alcune scene in una piccola città, di solito si ricostruisce il centro abitato all’interno di un set cinematografico. In questo caso, dovendo rappresentare un enorme set televisivo, si è scelto di girare in un’autentica piccola città il cui nome è Seaside e si trova in Florida
11. All’inizio del film Truman dice di voler visitare gli antipodi del posto in cui si trova, ovvero le isole Fiji, quindi facendo un breve calcolo anche solo a occhio, la finta cittadina in cui abita dovrebbe trovarsi nel Mali (Africa). Poiché gli era stato detto che la ragazza di cui era innamorato, Lauren, era fuggita in queste lontane isole dell’Oceania, nella sua casa compare una finta cartina geografica dove le Fiji hanno una superficie almeno 50 volte maggiore rispetto alla realtà, e sono situate molto vicino all’Antartide, per dissuaderlo ulteriormente dalla fuga.
12. Ogni strada nella città di Seaheaven ha il nome di un attore (per esempio Lancaster Square è un omaggio a Burt Lancaster).
13. Le riprese del film sono iniziate il 9 dicembre 1996 per concludersi il 21 aprile 1997. Costato circa 60 milioni di dollari, la pellicola ha incassato negli Usa oltre 125 milioni di dollari e circa 113 milioni nel resto del mondo. In totale gli incassi furono di circa 240 milioni di dollari.

Men of honor – Uomini d’onore – La recensione

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MEN OF HONOR – UOMINI D’ONORE
George Tillman Jr., Usa, 2000 – Biografico, Drammatico
Voto: 7 su 10.

Siamo nel ’48, gli Stati Uniti hanno da poco abolito la segregazione razziale nella U.S. Navy. Il giovane Carl Brashear (Cuba Gooding Jr.), figlio di genitori mezzadri, ha un sogno che intende realizzare ad ogni costo: diventare un palombaro della marina militare americana. Inizialmente osteggiato dal padre ed in seguito da egli incitato, Brasher affronta il proprio duro percorso in ambienti ambienti duri e fortemente razzisti. Grazie alla tenacia e alla testardaggine, riuscirà dapprima a farsi notare e a salire al grado di marinaio di coperta (lasciandosi alle spalle il denigrante lavoro di cucina a cui i “niggers” venivano destinati), per poi entrare a fare parte della U.S. Navy Diving & Salvage School (mandando più di 200 lettere di richiesta di ammissione in 1 anno). Ma i problemi non erano ancora finiti, Carl Brashear dovette recuperare le sue grosse carenze culturali (lasciò la scuola in seconda media per aiutare il padre) e continuare a combattere per una sempre più accanita selezione che ovviamente faceva prevalere i compagni bianchi. Il suo istruttore fu il temibile e conservatore Primo Capo palombaro Billy Sunday (Robert De Niro), che cerchò inizialmente di ostacolarlo in tutti i modi, se non poi finire per aiutarlo una volta compresa la risolutezza nel farsi strada del giovane “culo nero“. Da marinaio di cambusa a primo afroamericano che diventò Primo Capo palombaro, Carl Brashear riuscì nella sua impresa. Mise su famiglia e diventò un eroe nazionale.
Mentre la carriera di Billy Sunday vacillava e cadeva lentamente nel baratro per insubordinazioni varie e problemi di alcol, anche Brashear, ormai 35enne, entrò in declino quando durante l’operazione Palomares si infortunò tranciandosi un pezzo della gamba. Da qui in poi avverrà una ripresa dei due personaggi, che dovranno “riabilitarsi” e lavorare insieme per tornare a fare parte delle proprie orgogliose vite militari, scontrandosi contro le ferree regole della burocrazia della marina americana.

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Blub blub blub…

Seguiamo dunque l’ascesa, il declino e poi di nuovo l’ascesa di uno dei rappresentati delle vittorie per i diritti dei neri negli Usa. Un uomo che riuscì a vincere più volte il razzismo americano, diventando il primo afroamericano a entrare nella U.S. Navy Diving & Salvage School, ma anche il primo afroamericano a diventare Primo Capo palombaro (massimo grado raggiungibile da un soldato di truppa) e perfino il primo uomo ad aver subito un’amputazione a diventare palombaro! Mi viene in mente che da poco è uscita la pellicola Race – Il colore della vittoria, che tratta la storia di Jesse Owens, un altro grande eroe della cultura afroamericana che vinse le Olimpiadi di Berlino del ’33. Eppure, Race non riesce ad affrontare bene la pesantezza e l’oppressione che dovevano sentire questi portavoce color “carboncino” (tanto per citare uno dei “coloriti” insulti del personaggio di Robert De Niro, Billy Sunday), quanto George Tillman Jr. con questo Men of honor – Uomini d’onore. Perché sia chiaro, questo film non è la solita storia eroica piena zeppa di retorica che esalta l’epicità fine a sè stessa, ma una vicenda raccontata in modo abbastanza tradizionale che mette in mostra le azioni di uomini veri che furono marinai veri e non i soliti combattenti. Quando l’onore viene prima dell’azione. Una storia ben realizzata, grazie anche alla riuscita collaborazione tra i due attori principali, Robert De Niro e Cuba Goodin Jr, quest’ultimo che regala un’ottima performance e riesce senza problemi a tenere testa per tutto il tempo al collega più conosciuto e “navigato“.
Interessante e lodevole, come Cuba Goodin Jr. abbia dovuto realmente lavorare con le vere tute regolamentari da palombaro dell’epoca che pesavano sugli 80 kg fuori dall’acqua e che rendevano un pesante senso di claustrofobia.

Unica pecca generale: le storie d’amore di contorno dei due personaggi principali (quella  di Aunjanue Ellis, legata al personaggio di Cuba Goodin Jr; e quella con Charlize Theron, legata al personaggio di Robert De Niro)sono poco approfondite e risultano un pelo fuori luogo.

Carol – La recensione

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CAROL
Todd Haynes; Uk, Usa, 2015 – Drammatico
Voto: 6,5 su 10.

Carol è il film che Todd Haynes ha tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith (originariamente intitolato “The price of salt”). Carol Aird (Cate Blanchett) dimentica un guanto sul bancone dei grandi magazzini dove lavora Therese Belivet (Rooney Mara), diciannovenne con il sogno della fotografia. Siamo negli Stati Uniti, anni Cinquanta. Therese ha un fidanzato di cui non è convinta; Carol sta divorziano dal marito Harge (Kyle Chandler), ha una figlia che ama ed una relazione con la sua migliore amica Abby (Sarah Paulson). Tra le due protagoniste è amore a prima vista e il film racconta la forza di questo sentimento e il contesto di relazioni in cui si sviluppa. Il film è girato, montato e postprodotto in pellicola, con la fotografia di Edward Lachman. Phyllis Nagy, ha scritto la sceneggiatura. La colonna sonora originale è di Carter Burwell e convive con brani di repertorio dell’epoca. Già nel 2002 in Lontano Dal Paradiso, Todd Haynes aveva raccontato una storia d’amore che sfondava le barriere sociali, cioè quella tra una donna borghese bianca e un giardiniere nero nell’America degli anni Cinquanta. Qui invece si racconta una storia di lesbiche. A differenza di Lontano Dal Paradiso, con luci piazzate e primi piani che sembrano ritratti, Carol abbraccia la linea più naturalistica della fotografia di quel periodo. Per questo il film è senza postproduzione digitale, con luce soprattutto naturale ed i grandangoli usati anche per i primi piani tengono i personaggi immersi negli ambienti e nei contesti. A questo si affiancano costumi e scenografie assolutamente coerenti. In questo spazio la regia di Haynes è puntuale, i movimenti di macchina lineari e geometrici. La sobrietà della sceneggiatura tiene la passione che racconta nel registro della compostezza, così come la recitazione che è in linea con il resto. Carol è un film compatto: sembra un’idea realizzata in maniera impeccabile, esattamente come era stata concepita. Carol è un film esteticamente perfetto ma a mio parere del melodramma non ha molto: è più un’elegantissima cartolina. Non ci sono cattivi, non ci sono tinte forti, non ci sono tradimenti ne odi e delitti, non c’è l’idea che i personaggi lottino contro la società e la famiglia per la loro felicità o per la loro vita. Per cosa lottano io non l’ho capito. Il grande stigma sociale che dovrebbe circondarle sembra debole, e anche il marito di Carol è solo un uomo innamorato e confuso, più che un conservatore col forcone. Se ci fosse poi della passione capace di stropicciare anche solo un fazzoletto, si crederebbe alla straordinarietà di questo amore. Così il film rimane il poster di un amore mediocre e lento. Insomma è comunque da vedere, nel contesto generale è più che meritevole ma devo confessare che mi sarei aspettata almeno un po’ più di pathos per un film che prometteva di essere vivo ed intenso.

The Revenant – La recensione

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THE REVENANT
Alejandro G. Iñárritu; Usa, 2015 – Biografico, Avventura, Drammatico
Voto: 8/9 su 10.

Siete riusciti a resistere all’ondata di pirateria che si è verificata qualche settimana fa? I due film in questione piratati in tempo record (nemmeno I MercenariKick-Ass 2 sono stati così tanto scaricati in poche ore) erano The Revenant e The Hateful Eight. Questo dello streaming è un discorso che non ci piace, che tocca tutti Noi amanti del grande e del piccolo schermo ma di cui non parleremo qua. Possiamo solo dire che ovviamente ne siamo contrari e ci riteniamo contenti se Voi che ci seguite, faceste lo stesso.the-revenant-1

The Revenant: che gran film!
The Revenant (Redivivo in italiano) è basato sull’omonimo libro biografico scritto da Michael Punke nel 2003 e parzialmente ispirato alla storia vera del trapper (cacciatore di pelli) Hugh Glass. Egli, interpretato da DiCaprio, viene assunto da una compagnia privata come guida per una battuta di caccia alla ricerca di pelli e pellicce. Tra cacce, esplorazioni e fughe da sempre troppo vicini indiani Ree e un attacco da parte di un grosso grizzly, Glass rimane mortalmente ferito e lasciato in fin di vita (abbandonato soprattutto da un certo John Fitzgerald, impersonato da Tom Hardy) nei gelidi e innevati territori montani del North Dakota. Siamo nel 1823 e la grande avventura fatta di sofferenza, fatica e lenta guarigione sotto un forte spirito di vendetta, inizia solo ora. Glass attraversò morente tutto il Dakota, da nord a sud, fino a Fort Kiowa, per più di 320 km.

Iñárritu si ripresenta agli Oscar, un anno esatto dopo aver vinto, anzi stravinto, in molte delle categorie principali (e con altre candidature) per Birdman. E anche per questo suo nuovo film quest’anno ci sono ben 12 candidature. Insomma, sembra gli sia davvero piaciuto sentirsi vincitore e ora vuole ripetersi. E grazie a lui, Leo potrebbe vincere il suo primo Oscar. Potrebbe. Stiamo a vedere…

Quello che ha fatto Iñárritu con questo film è qualcosa di grandioso, qualcosa di diverso rispetto ciò a cui siamo abituati. Se il regista messicano ci aveva stupito nel 2014 con Birdman per i suoi lunghi piani sequenza, questa volta fa di meglio. Vengono affrontati temi come la sopravvivenza dell’uomo verso la natura e l’uomo stesso, la rabbia, l’incapacità di riuscire a salvare la propria famiglia e la conseguente vendetta, il viaggio fisico ma anche spirituale, il tutto con una precisa attenzione tecnica ad ogni minimo particolare in un contesto decisamente più realistico. Stilisticamente e registicamente perfetto. Bellissimi ed intensi i due primi piani sequenza che aprono il film. Ottima l’idea di usare solo la vera luce solare per riprendere. Certo, ci è voluto più tempo per girare ogni singola scena nei giusti momenti della giornata, ma la resa finale è spettacolare, e questo grazie anche alla sempre più azzeccata fotografia di uno dei più grandi direttori della fotografia esistenti, Emmanuel Lubezki.
Spettacolare quanto il lavoro fatto da ogni singolo attore, sottoponendosi a dure prove di sopravvivenza estrema. Leonardo DiCaprio e Tom Hardy su tutti, anche se in due modi diversi. Il primo si è completamente messo alla prova, soprattutto fisicamente. Il personaggio di Leo non parla granchè, o almeno non lo fa verbalmente, piuttosto usa un linguaggio che ultimamente non è mai stato sfruttato abbastanza. Sbattuto, picchiato e martoriato per quasi tutta la durata del film, Leo ha enfatizzato ogni singolo sguardo e movimento del corpo, riuscendo a trasmettere con una sua grande prova attoriale mai vista prima (un assaggio lo avevamo già avuto con The Aviator e The Wolf Of Wall Street) una tale intensità e moltitudine di sfaccettature di carattere. Una recitazione soffocata, silenziosa, che esce dal profondo dell’anima. Attenzione: ad alcuni, questo lato del suo personaggio potrà invece sembrare fin troppo esasperato e grottesco.

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I veri protagonisti del film sono i graffi, gli sputacchi e le bavette di Leo…

Tom Hardy, che qui interpreta il fastidioso antagonista della situazione, vi darà un nuovo ottimo motivo per amarlo di più, la cui parte prevede più dialoghi e una più canonica ma pur sempre eccellente recitazione. E qui si consacra ancora una volta come uno dei migliori attori più versatili della sua generazione.
E’ d’obbligo menzionare ancora il lavoro svolto dallo stuntman Glenn Ennis che interpreta il grizzly che attacca lo sfortunato Glass.

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Date un Oscar a quell’orso!